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Un caso abbastanza frequente che si verifica nelle sale parto di tutti gli ospedali nazionali è l’ipossia perinatale. Il feto ha bisogno di un apporto costante di ossigeno, durante il periodo “perinatale” immediatamente prima e dopo la nascita. Tale ossigeno viene fornito dalla madre attraverso la placenta e il cordone ombelicale fino a quando il bambino non nasce e può respirare da solo

Orbene, l’ipossia perinatale può dunque essere definita come una carenza di ossigeno nel sangue del feto/neonato nel periodo intorno al parto.

Precisato quanto sopra, particolarmente delicato in ambito sanitario è l’accertamento della responsabilità per i danni celebrali da ipossia patiti da un neonato.

Come si prova tale responsabilità in ambito processuale? Secondo le indicazioni della giurisprudenza più recente, l’affermazione della responsabilità del medico per i danni cerebrali da ipossia patiti da un neonato, causati dalla ritardata esecuzione del parto, esige la prova – fornita dal danneggiato – della sussistenza di un nesso causale tra l’omissione dei sanitari e il danno.

Tale prova può dirsi raggiunta quando:

  • non vi sia certezza che il danno cerebrale patito dal neonato sia derivato da cause naturali o genetiche;
  • appaia “più probabile che non” che un tempestivo o diverso intervento da parte del medico avrebbe evitato il danno al neonato.

Quando il danneggiato dimostra che l’ipossia si è verificata nonostante le suddette circostanze, il nesso di causalità può dirsi accertato e sarà onere del medico, ai sensi dell’art. 1218 c.c., dimostrare la scusabilità della propria condotta (Cass. 19204/2018; Cass. 18392/2017).

Nel caso di danni cerebrali dovuti a una sofferenza fetale nel corso del travaglio e del parto, gli elementi per confermare o meno tale sofferenza anosso-ischemica perinatale si traggono dal monitoraggio cardiotocografico durante il travaglio, dall’emogasanalisi subito dopo il parto, nonché da altri dati che devono risultare dalla cartella clinica.

Se la causa prenatale di ipossia rimane un’ipotesi soltanto probabile, occorre accertare se sia configurabile una causa diversa. Riguardo a tale accertamento trova applicazione il criterio secondo cui la prova del nesso causale deve ritenersi acquisita qualora sussista un’adeguata probabilità, sul piano scientifico, della risposta positiva, non occorrendo un’assoluta certezza della causa (Cass. 1135/2011).

Riassumendo la difficile tematica in esame, al fine di renderla comprensibile ai nostri lettori, si può concludere che:

  • se risulta una causa prenatale certa, che renda del tutto irrilevante l’accertamento di una sofferenza fetale perinatale, dovrà essere escluso il nesso causale, in applicazione dell’art. 42 c.p. senza necessità di procedere ad ulteriori accertamenti;
  • nel caso in cui non risulti dimostrato che il danno si sarebbe verificato anche in mancanza della sofferenza fetale durante il travaglio e il parto, occorrerà accertare secondo il criterio del “più probabile che non”, se i sanitari siano incorsi in un’omissione in quei momenti (per non aver tempestivamente diagnosticato una sofferenza fetale effettivamente verificatasi e quindi per non aver compiuto interventi idonei a porvi rimedio o anticipato il parto;
  • se, in applicazione dei criteri di riparto dell’onere della prova, il giudice dovesse escludere che vi sia stato un insulto anosso-ischemico intra-partum, non dovrà procedere oltre, essendo escluso l’antecedente causale;
  • se, invece, il giudice dovesse ritenere, sempre secondo detti criteri, anche soltanto la ragionevole probabilità della verificazione di una sofferenza fetale, dovrà accertare se l’allegata omissione possa essere possa essere stata causa (o concausa), secondo un giudizio di adeguata probabilità sul piano scientifico, della patologia del bambino, e soltanto all’esito positivo di quest’ultimo accertamento potrà dirsi accertato che, se i sanitari fossero intervenuti tempestivamente (ossia, avessero evitato o limitato la sofferenza fetale), è più probabile che il nascituro sarebbe nato sano (o comunque affetto da patologie meno gravi) e meno probabile che sarebbe nato con le patologie da cui invece è affetto (e quindi, potrà dirsi accertato il nesso di causalità);
  • infine il giudice dovrà compiere l’ulteriore valutazione relativa alla scusabilità della condotta dei sanitari, ossia se questa fu o meno causata da colpa professionale.

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