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Nel precedente articolo si è illustrata la disciplina – seppur non inderogabile come si è visto – del diritto del nascituro a nascere sano e degli obblighi gravanti in tale ambito sul medico.

Orbene, costituisce inadempimento del medico la mancata informazione dei genitori sulla malformazione del feto indipendentemente se da tale (omessa) informativa scaturisca o meno la volontà della genitrice di procedere all’interruzione volontaria della gravidanza.

Sicché tale omissione legittima una domanda di risarcimento dei danni derivanti dalla nascita, quali il danno biologico in tutte le sue forme e il danno economico, che di quell’inadempimento sia conseguenza immediata e diretta in termini di causalità adeguata (Cass. Civ., Sez. III n. 7269/2013).

A titolo esemplificativo ed in termini generali l’inadempimento in argomento può essere individuato nell’omessa diagnosi colposa dell’handicap, nella mancata comunicazione dell’esito degli esami ai genitori oppure nella mancata utilizzazione degli strumenti di monitoraggio della vita antenatale del feto (ecografia, fetoscopia, amniocentesi, villocentesi, analisi molecolare, biochimiche, citogenetiche e del DNA).

Il sanitario curante che accerti l’esistenza, a carico della gestante, di una patologia tale da poter determinare l’insorgenza di gravi malformazioni a carico del nascituro, è tenuto ad informare la donna di tale situazione e della possibilità di svolgere indagini prenatali, benché rischiose per la sopravvivenza del feto, al fine di consentire l’esercizio della facoltà di procedere all’interruzione della gravidanza.

 È bene precisare che ove siano decorsi più di 90 giorni dall’inizio della gravidanza (termine ultimo entro cui può esercitarsi il diritto all’interruzione volontaria), per ottenere il risarcimento del danno, la donna è tenuta a dimostrare – secondo la regola causale del “più probabile che non” – che l’accertamento dell’esistenza di rilevanti anomalie o malformazioni del feto avrebbe generato uno stato psicologico tale da mettere in pericolo la sua salute fisica o psichica.

Il danno c.d. da nascita indesiderata subito dalla madre – ed indirettamente dal padre – per la lesione del suo diritto di autodeterminarsi alla maternità, va tenuto distinto dal danno al minore nato con anomalie o malformazioni genetiche che non sussiste poiché l’ordinamento tutela il diritto del concepito a nascere, mentre è da escludersi la configurabilità del diritto “a non nascere” o “a nascere se non sani”.

 Questi sono in estrema sintesi i presupposti per poter richiedere il risarcimento del danno in caso di nascita indesiderata connessa all’inadempimento delle obbligazioni gravanti sul sanitario. Tuttavia, benché sul piano teorico e sostanziale la disciplina è abbastanza chiara, più problematico diventa fornire sul piano processuale la prova di tali presupposti di legge. Per questo motivo è bene affidarsi sempre un team specializzato che sappia valutare caso per caso la fattispecie concreta e sappia suggerire le strategie migliori a tutela dei diritti dei danneggiati.

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